Presentazione: Sfiorami adesso di Camilla D’Amore | Love is in the books

Buonasera lettori! ❤
E’ uscito ieri un nuovo romanzo rosa self, di Camilla D’Amore  dal titolo Sfiorami adesso. Una storia d’amore che noi amiamo tanto leggere, amiamo e che sappia emozionare, vi lascio trama e cover e il link d’acquisto. ❤

bNGchJO

 

Autrice: Camilla D’Amore
Titolo: Sfiorami adesso
Casa editrice: Self Publishing
Data di pubblicazione: 25 Luglio
Prezzo ebook: 1.99€
Prezzo cartaceo: 12€
Pagine: 337

Trama: Elise Evans combatte la solitudine curando il proprio giardino e lavorando nella libreria della cittadina inglese in cui vive. Tutto cambia quando il suo cammino incrocia quello di Sefron Wyler, il suo schivo e taciturno, nuovo vicino.
Sin dal loro primo sguardo tra i due scocca una scintilla ma sarà il ritrovamento di un vecchio diario a unirli: assieme seguiranno le tracce di un amore bellissimo, segnato da un infausto destino, sbocciato cinquant’anni prima all’ombra degli stessi giardini che divide le loro case.
La storia degli innamorati sfortunati sembra destinata a ripetersi.
Nonostante il sentimento che sta fiorendo in Elise e Sefron, su di loro aleggia lo spettro di un segreto. Lui, infatti, custodisce un tormento nel cuore. Qualcosa che ha interrotto la sua carriera di violinista e ha messo in pausa la sua vita.
Nonostante ciò, Sefron ed Elise si scoprono irresistibilmente avvinti da un amore inaspettato. Ma quando il passato tornerà, Sefron sarà costretto a compiere un’ardua scelta.

BIOGRAFIA:

Camilla D’Amore ha ventotto anni, vive in una piccola città della Campania. Ama la scrittura da tutta la vita, l’odore delle librerie e leggere compulsivamente qualsiasi cosa somigli ad una riga. Ha una deplorevole passione per i biscotti. Piccole donne è il suo romanzo del cuore, ama l’autunno, i dipinti di Modigliani e la sua piccola collezione di scatole di latta.
Sfiorami adesso è il suo primo romanzo autopubblicato.

BREVE PRESENTAZIONE: 

Questo romanzo nasce da un’idea: cosa succederebbe se fra due persone si accendesse una specie di miracolo? Una connessione talmente intima da non poter essere spiegata con la medicina o con la scienza ma che riesce dove ogni altro tentativo di aggiustare un problema, fallisce.
L’amore è già di per sé, un piccolo miracolo e nel caso di Elise e Sefron può ripristinare un dono perduto, momentaneamente disgregato e rimetterlo insieme con naturalezza.
Tuttavia ci sono brutture e danni che a volte nemmeno il cuore può riparare e a quel punto bisogna dargli una spinta, senza arrendersi, altrimenti il miracolo si spezza.
E si rischia di non ritrovarlo più.

ESTRATTO: 

L’unico suono nella stanza era il fruscio della matita sulla carta.
La grafite rincorreva una linea, sfaldandosi per strada.
Poi incontrò il bordo della finestra.
E si fermò.
Elise sollevò il foglio dal vetro e lo tenne in alto, briciole di sole che tramontava diffondevano un chiarore soffuso nella stanza.
Mentre osservava l’ultimo pezzo della sua collezione, però, colse un movimento nella finestra della casa di fronte. C’era una figura dietro il vetro, si vedeva un profilo, si scorgeva appena.
Appoggiò foglio e matita sulla scrivania ma quando si avvicinò per guardare meglio, i suoi occhi le restituirono solo un’assente oscurità.
Aggrottò la fronte, la sera calava velocemente così andò ad accendere l’abat-jour sul comodino. Sprigionò ombre colorate ma nessuna di esse riuscì a scalfire il buio in cui era la casa accanto.
Doveva essersi sbagliata. Chiaramente, non c’era nessuno.
Spense la lampada e uscì sul pianerottolo, chiudendo accuratamente la porta.

Dalla radio sopra il frigorifero provenivano le note di una canzone americana.
Elise immerse tre biscotti al cioccolato nella tazza piena di latte, spingendoli giù con la punta del cucchiaio e li guardò riempirsi di crepe, sfaldarsi in tanti morbidi pezzettini. Ne prese qualcuno, odiava quando diventavano troppo molli.
«Tesoro? Altro caffè?» cinguettò sua madre, la caffettiera a pois in una mano e un cornetto nell’altra. Mangiava sempre in piedi. Elise controllò che avesse legato i capelli col foulard: quando non lo faceva c’era burrasca in arrivo.
Bene: la fascia colorata le avvolgeva il capo come un cerchietto.
Suo padre che leggeva una rivista sul fai da te, annuì e sollevò la propria tazza. Il caffè la riempì fino alla linea blu. Quella striscia era una specie di barometro.
Poi guardò sua nonna, l’ultimo membro della famiglia. Lei invece si affidava alle stelle.
Era seduta sul divano, la tappezzeria a fiori piena di pieghe sotto le gambe accavallate, fasciate dai jeans. Sfiorava le carte astrali che teneva sul tavolo di fronte a lei mentre le consultava. Elise non ci aveva mai capito un’acca di quella roba ma lei sembrava ricavarci insegnamenti di vita quotidiana. L’astrologia era il suo mantra.
«Oggi posso permettermi di osare» annunciò, alzandosi e aprendo la biscottiera sul ripiano accanto al lavandino. Lì c’erano i pezzi da novanta, gli Oreo. Ne afferrò una mezza dozzina.
«Flora! Sapete che vi faranno salire la glicemia, non dovreste esagerare!» esclamò sua madre.
«Mercurio in transito la pensa diversamente».
Suo padre, abituato a quelle scene, non batté ciglio. Elise sorrise e prima che potesse impedirlo, dalle labbra prese vita la domanda che aveva continuato a ronzarle in testa per tutta la notte. Le era sembrato di sentirla mentre dormiva, come un formicolio sottopelle.
«Si è trasferito qualcuno nella casa accanto?»
Un certo silenzio accolse quell’uscita.
La nonna la guardò, stupita.
«Lo saprei se fosse così».
Lo disse come se dovesse inculcare in testa un concetto semplice ad una ritardata.
«Mi è parso di vedere qualcuno dalla finestra della mia stanza, ieri sera» continuò Elise.
Sua madre, finalmente seduta, diede un morso al cornetto.
«Non saprei, tesoro».
Non sapeva mai niente. Viveva nel suo mondo e basta.
«Papà?»
Suo padre abbassò l’orlo della rivista e la guardò attraverso gli occhiali da lettura.
«Non ho visto nessuno nell’ultima settimana».
Lui quantificava il tempo diversamente. Usciva di casa solo il sabato e la domenica, quando doveva lavorare ai suoi mobili. Gli altri giorni lo faceva più di rado, solo se doveva usare materiali nocivi. Il resto del tempo, restaurava quelli e anche se stesso.
Elise bevve ciò che restava del latte e scese dallo sgabello, posando tazza e cucchiaio nel lavandino. Diede un bacio alla nonna, che aveva ricominciato a dividere Oreo.
«Sole o pioggia?»
Lei si leccò il pollice. Essere consultata le piaceva.
«Oggi sarà una giornata incerta, tesoro».
«Allora mi porterò un ombrello» concluse, sistemando la lunga treccia sulla camicetta a righe. Mentre andava in corridoio e infilava il cappotto rosso, si guardò allo specchio: aveva un po’ esagerato con il mascara.
«Vado al lavoro!» annunciò.
Il solito silenzio distratto la salutò, come sempre. Ma lei non se la prendeva più. In quella casa ognuno viveva nel suo mondo. Da un po’ ci stava provando anche lei.
Uscì e si mise in cammino.
La cittadina di Mills era una delle più pittoresche dell’Inghilterra del sud.
Elise la amava. Le piaceva tutto l’anno, soprattutto in autunno, quando avvertiva i tappeti di foglie scricchiolare sotto gli stivali, il profumo delle caldarroste invadeva le strade e l’acqua profumava in maniera diversa. Mills si tingeva come un acquerello e mostrava scorci da cartolina.
Viali di alberi pieni di rosso, giallo e terra: sembravano pennellate. Il freddo le coloriva le guance e poteva inaugurare sciarpe e cappotti particolari.
Quando piovigginava, cominciavano a spuntare gli ombrelli, i suoi preferiti erano quelli a spicchi arcobaleno o con le stampe di dipinti famosi. L’autunno era la stagione perfetta per leggere sotto l’ippocastano in giardino, una tazza di tè accanto e una sdraio. Non la tirava fuori nemmeno d’estate. Sua madre diceva che aveva le idee confuse. Non che nella sua famiglia qualcuno le avesse chiare.
A partire da sua nonna che asseriva di praticare giardinaggio estremo e conosceva vita, morte, miracoli e dichiarazione dei redditi di tutti i vicini. E per “vicini”, intendeva le famiglie dell’intero quartiere, con un raggio d’azione che si estendeva più di quello di una bomba all’idrogeno. Diceva che l’oroscopo le conferiva una specie di sacra conoscenza.
Sua madre invece realizzava gioielli artigianali e occupava il tempo sperimentando nuove trovate. Infine, c’era suo padre, restauratore di professione e ideatore di mobili dal design particolare. Viveva fra le sue riviste d’arredamento e gli piaceva rinnovare case, quelle degli altri.
Elise era abituata a sentirsi dire di essere leggermente stramba ma non prendeva mai quei commenti troppo sul serio. Però era come se si fossero sedimentati sottopelle.
Per fortuna aveva un balsamo per lenire il bruciore.
Sollevò lo sguardo sull’insegna di legno. Sorrise e aprì la porta. Il tintinnio della campanella all’ingresso annunciò il suo arrivo.
«Buongiorno signor Clancy».
Il proprietario la salutò con garbo mentre sistemava volumi sull’oreficeria nella sezione dedicata agli hobby, assiso su una scala.
«’Giorno Elise. Piove?»
Glielo chiedeva sempre. Tutte le mattine. Come se sollevare lo sguardo dalle pagine e guardare fuori fosse un incomodo.
«No, oggi no» rispose, togliendosi la sciarpa e infilandola nella borsa. La passamaneria a pallini che ci aveva applicato spuntava fuori come un fiore in boccio. Si sfilò anche il cappotto e lo appese all’attaccapanni nello sgabuzzino poi cominciò a passare altri volumi al signor Clancy.
Quest’ultimo le restituì uno sguardo d’intesa.
Ormai erano cinque anni che Elise lavorava lì. La Lucciola era una libreria piccola e graziosa e come tutte i luoghi rispondenti ad una simile descrizione era popolata di contraddizioni. Si trovava lungo una delle stradine che confluivano nel “Viale Alberato”, l’arteria principale che attraversava la città. Era incastrata fra un negozio di fiori e uno d’antiquariato, costantemente bersagliata dal profumo di rose, mughetto, tulipani, margherite. E anche cera d’api, legno vecchio, polvere e muffa. Davanti alla porta aleggiava sempre uno strano miscuglio ma ci si faceva l’abitudine anche perché una volta dentro, si veniva letteralmente sommersi dal tipico odore di tutte le librerie.
Carta.
Carta lucida, vecchia, impolverata.
Era un profumo soverchiante, sembrava una cappa.
Quel posto era una specie di seconda casa per Elise. Aveva da poco finito gli studi quando si era imbattuta nell’annuncio di un posto disponibile come commessa. In realtà la libreria non aveva bisogno di più di una persona per essere gestita ma il signor Clancy voleva compagnia, se non altro qualcuno che parlasse in maniera meno fatalista della signora Lescow, magari una giovane mente da plasmare.
Ad Elise piaceva stare con lui perché durante le giornate piovose tirava fuori la scatola di latta porta biscotti e si metteva a raccontare aneddoti sulla sua gioventù bruciata.
Il silenzio, alla Lucciola, era diverso da ogni altro.
In verità, sono le librerie a possedere un diverso tipo di silenzio.
È pieno di sussurri, di tutte le miriadi di storie intrappolate fra le pagine. Ad Elise piaceva quando nessuno parlava lì dentro. Poteva sentire gli scricchiolii degli scaffali, gli spifferi del vento sotto la fessura della porta, la pioggia picchiettare sui vetri delle finestre. E poteva leggere. O cucire. Si era costruita un piccolo angolino dietro la cassa, dove campeggiava un porta cucito a forma di zucca. Le piaceva fissare applicazioni sui capi d’abbigliamento che comprava. Accanto al porta cucito c’era sempre anche un libro. Leggere era la sua fune di fuga, il suo pass per uscire dalla propria testa, quando le stava stretta. Quel mese c’era ‘Una piccola libreria a Parigi’.
Lo stava esaminando da un po’, prendeva appunti per il suo sogno.
«Oggi ci sono diversi carichi da consegnare» disse il signor Clancy, interrompendo il filo dei suoi pensieri.
In quel momento la porta si aprì ed entrò la signora Lescow, i capelli ondulati lucidi di pioggia e l’espressione seccata.
«Toh, adesso piove sul serio» commentò il libraio.
«C’è un tempaccio, maledizione!» sbottò la donna, cercando districare la borsetta dal manico dell’ombrello. In realtà piovigginava appena ma lei ingigantiva sempre tutto.
Elise si affrettò a prendere i libri impacchettati.
«Ce ne sono parecchi» esalò, la voce contratta per lo sforzo.
La signora Lescow sospirò. Si assestò nuovamente la borsa in spalla e ne prese alcuni.
«Gli indirizzi sono sui post-it» spiegò il signor Clancy.
Lei guardò il cielo fosco, fece un sospiro stizzito e aprì la porta a vetri con un piede.
Il signor Clancy la guardò uscire.
«Quella donna non è mai di buon umore».
Elise sorrise e si diresse verso l’utilitaria rossa parcheggiata davanti alla libreria. Avvertì qualche goccia di pioggia sul viso.
La signora Lescow aveva ragione. Il tempo annunciava tempesta.
Fortunatamente quando tornò a casa, dopo il tramonto, la pioggia aveva smesso di funestare il cielo. Era stato un pomeriggio tranquillo, lei e il signor Clancy avevano pranzato tranquillamente, disturbati solo dall’arrivo di Frase, cliente che ormai era un tutt’uno con il reparto storico.
Era sulla quarantina ed estremamente affascinante, con un aspetto un po’ piratesco a causa delle ciocche di capelli legate dietro la nuca e del lungo cappotto. Teneva sempre il colletto sollevato e c’era un che di pacifico nelle sue idiosincrasie. O almeno il signor Clancy lo riteneva un matto tranquillo. Andava alla libreria di tanto in tanto ma quando lo faceva ci restava per ore, seduto nella saletta all’estremità più profonda del negozio, circondato da libri sulla guerra d’indipendenza americana. Stava preparando un dottorato, a quanto diceva.
Mentre camminava, Elise guardò le nuvole: quella sera sembravano zucchero arancione e orlavano gli edifici più alti come merletto.
Allungò le maniche del capotto per proteggersi dal vento e una volta arrivata a casa, spinse il cancello che conduceva nel giardino. Il vialetto lastricato era cosparso di gocce così come tutto il maestoso tappeto colorato che circondava l’ippocastano. Quella era la cosa che le piaceva di più del suo giardino: sembrava sempre pieno, come se la vita non morisse mai fra i suoi confini.
E anche quello accanto le suscitava la stessa sensazione, però doveva ammettere che il suo essere incolto e selvaggio, le faceva provare anche una sottile inquietudine. Era più grande del suo, pieno di cornioli, pini e perfino ciliegi. C’era una fontana con degli angeli che avevano smesso di versare acqua, congelati in pose di eterna grazia, panchine e un pergolato con fiori di glicine.
Un cancello lo separava dal suo.
Era elaborato, costituito da numerosi intrecci, spariti ormai sotto un manto di edera e sterpi. C’era anche qualche spiraglio, dal quale, quando era bambina, aveva osservato la casa accanto e quello che le era sempre sembrato un mondo misterioso. Ci aveva ricamato sopra storie, fantasticato, aveva persino provato ad entrare ma nel tentativo di estirpare uno dei rami che si avvinghiava al cancello, si era ferita una mano. Mentre la medicava, sua nonna le aveva detto che quel giardino non valeva nemmeno la pena di un graffio.
«Non c’è niente da quella parte, Elise».
E da quel giorno era diventata una strada sbarrata ma che per qualche motivo continuava ad attrarla. Se ne stava lì, silenzioso, come una presenza dietro una porta e nonostante le avessero detto di non farlo, lei quella porta la teneva socchiusa. La tenne socchiusa.
Fino a quel giorno.
Mentre attraversava il vialetto, scorse qualcosa dietro il cancello, oltre la prigione di rami e foglie.
Uno sguardo.
Un viso dai lineamenti delicati, spezzato dal groviglio di sterpi. Vedeva zigomi, un mento deciso, la linea di un naso dritto e fiero.
E occhi grigi. Di un colore che non aveva mai visto, non era un miscuglio definito, non c’era niente dietro, nessuna sfumatura, solo un freddo e quasi assente grigio chiaro. Puntati su di lei.
Elise sentì freddo, avvertì il bisogno di ancorarsi a qualcosa. Qualsiasi cosa.
«Sefron!»
Una voce autoritaria e limpida spezzò quel momento.
Gli occhi del ragazzo si allontanarono da lei mentre si voltava e spariva dal suo campo visivo. Un fruscio di passi fra l’erba accompagnò piano piano il silenzio.
Si stese come una coltre, tutto intorno, mentre l’ultimo raggio di sole lasciava il passo alla notte.
Fu il soffio del vento a destarla da quel momento di stasi. Stringendo la sciarpa attorno al collo, si avviò verso la porta. Prima di chiudersela alle spalle, decise di non guardare indietro.
Aveva la sensazione che avrebbe sentito ancora più freddo.

***

Percorse il giardino lasciandosi alle spalle lo sguardo di quella ragazza.
Gli era sembrato quasi impaurito. Scacciò i suoi occhi sgranati dalla mente. Le ciglia nere come carbone contrastavano moltissimo con le gote accese per il freddo. Aveva il viso di una bambola. Già, una bambola estremamente kitsch considerando quell’orribile sciarpa a pallini.
Chiuse la porta e si appoggiò al legno, gli occhi chiusi. Non voleva vedere la vastità del soffitto. Quella casa era troppo grande e troppo silenziosa.
Odiava il silenzio.
Lo faceva sentire come un’anima in pena, un po’ lo stesso effetto che gli faceva essere guardato da suo padre, quella sera non più collaborativo del solito, sempre trincerato dietro il giornale, anche quando lui entrò nella sala da pranzo, augurò buonasera e si sedette ad uno dei lati lunghi del tavolo.
Di fronte a lui, sua madre, algida e perfetta dietro i lineamenti di porcellana, gli sorrise. Almeno nei suoi sorrisi c’era una parvenza di vita. Mentre raccontava del giro turistico che aveva fatto in città, Sefron la guardò spilluzzicare il pesce. Mangiava sempre poco, anche in quello aveva trovato una via di mezzo. Giudicava tutto male o bene ma si sforzava di trovare un lato positivo in ogni cosa.
Poteva sembrare una qualità.
In realtà era solo una brutta abitudine. Lei non diceva mai se una cosa le piaceva o meno, non puntava mai i piedi per niente, pretendeva tutto ma fingeva di accontentarsi. A Sefron sembrava una forma di disonestà, più che altro.
Suo padre le concesse un sorriso da sopra il trafiletto delle quotazioni in borsa e poi ordinò a lui di mangiare.
Sefron concentrò tutto il proprio astio sulla pubblicità di una nuova Fiat.
Tagliò un pezzo del pesce e lo mise in bocca ma aveva la nausea. Ce l’aveva da quando erano arrivati.
«Mi sento molto ottimista! Vedrai che stavolta ogni cosa andrà bene!» Esclamò sua madre, bevendo a piccoli sorsi.
«Lo spero, il tempo passa» disse suo padre.
Sefron serrò gli occhi. Odiava quella frase. Lo faceva sentire come se fosse un bilancio, una specie di indice altalenante da tenere a bada, da recuperare prima del crollo. Strinse le labbra, sentì una fitta dolorosa propagarsi fino alla mascella.
Disse che era stanco e che sarebbe andato a dormire. Quando si alzò, scostando la sedia, s’impigliò in una delle mattonelle. Quella piccola deviazione, quell’insignificante ostacolo al suo volersene liberare gli fece desiderare di scaraventarla via con un calcio.
Ignorò le proteste della madre e salì di sopra, provando a non guardare il lungo corridoio e i paesaggi appesi alle pareti. Campi, laghi, pallide imitazioni di una vita campestre che non c’entrava nulla con quel terribile giardino che vedeva dalla finestra. Non era affatto come l’Irlanda e le stupende vallate fra cui era cresciuto. Non tornava a casa da molto e gli mancava.
Chiuse la porta della propria stanza e per un attimo fu colto da uno strano spaesamento. Per terra c’erano ancora le scatole con le sue cose e gli abiti da sistemare, non li aveva spacchettati. Aveva passato la giornata ad esplorare la casa.
Abituarsi ad un posto diverso negli ultimi tempi era diventato sfiancante.
Passare da una grande città all’altra, da un centro medico all’altro, lo aveva fatto sentire come se fosse un birillo, urtato da tutte le parti. Aveva sviluppato un malessere così evidente che sua madre aveva proposto di tornare in quella vecchia proprietà di famiglia, nell’Inghilterra del sud, in una città che sulla cartina era la cruna di un ago ma dove c’era una speranza alla quale non si erano ancora affidati. L’ultima spiaggia o meglio, l’ultima cruna. E poi sarebbe stata molto silenziosa.
Lo aveva concepito, portato in grembo, partorito e cresciuto e ancora non aveva capito che lui odiava il silenzio. Forse, alla resa dei conti, non lo aveva cresciuto veramente.
Sefron si sedette sul letto e accese la lampada sul comodino. La stanza era piccola ma accogliente. C’era un armadio in mogano, un comò, una scrivania e un comodino. L’essenziale insomma. Si avvicinò al vetro: nella casa accanto, la finestra di fronte alla sua era aperta, la luce accesa. Osservò la ragazza sciogliere i capelli. Li aveva piuttosto lunghi. Li raccolse su una sola spalla e prese qualcosa dalla scrivania, forse un libro. Poi, lanciò uno sguardo verso di lui. Per istinto, Sefron fece un passo indietro ma poi si ricordò che era buio lì e che non avrebbe potuto vederlo. La ragazza guardò nella sua direzione ancora per un momento, poi si allontanò.
Dopo un attimo, la luce si spense.
Sefron restò a osservare quel buio dilatarsi fino a sbiadire i contorni della finestra, poi si distese e chiuse gli occhi.
Ma non riuscì a dormire.

Il mattino dopo scese a colazione con la testa leggera come una bolla.
L’umidità di quel posto gliel’aveva riempita come la boccia di un pesce e anche se non aveva chiuso occhio, la prima cosa che fece fu trincerarsi dietro lo scudo di indifferente distrazione che usava quando doveva avere a che fare con suo padre.
Quando scese nel salone però, lo trovò vuoto.
«È uscito prima tesoro, ha mangiato qualcosa in fretta. Lo sai com’è fatto» disse sua madre.
«Sì» rispose, il palloncino di finzione che gli si sgonfiava nello stomaco. «Lo so».
La tavola era apparecchiata ma non si sedette. Sua madre controllava il trucco nel dorso del cucchiaio.
«Ti ho preparato i croque-monsieur» esclamò con voce petulante.
I croque-monsieur, pensò, allora è domenica.
«Non hai mangiato niente ieri sera, quindi per favore, siediti» ordinò, il tono alterato.
Sefron decise di non farla arrabbiare. Quando era stizzita alzava la voce di qualche ottava e le diventava simile al grattare di un gesso su una lavagna. Prese un toast dal cestino del pane e lo morse. Era mezzo bruciato ma non male.
«Oggi voglio uscire» decretò lei.
Che novità.
«Vieni con me?»
«No».
«Oh, Sefrooon» esclamò, la voce a metà fra il sussurrato e il lamentoso. «Non mi piace che tu stia da solo. Dovresti uscire e fare così divertenti».
Le riservò uno sguardo gelido. A sua madre, i suoi occhi grigi non sembravano incutere alcuna soggezione.
«E va bene, solo non trascinarmi per troppi negozi, mi annoio».
Lei batté le mani per la gioia e si sporse sul tavolo per scoccargli un bacio sulla guancia, lui se la sfregò per levare il rossetto.
«Vado a prendere la borsetta! Corri a infilarti la giacca e non mettere quella grigia perché l’hai indossata per il viaggio, la devo portare in tintoria».
Corse a piccoli passetti verso la scalinata centrale. Sefron pensò che avrebbe voluto prendere quella grigia soltanto per farla arrabbiare ma poi si rese conto che non era colpa di sua madre. Non era nemmeno colpa di suo padre. La colpa era soltanto sua se si era rotto, se non funzionava più come una volta.
Si alzò e andò in camera propria, prese la giacca ma lo sguardo fu catturato da una cosa che spuntava da sotto il letto. Si chinò e prese la custodia, facendola scorrere sul pavimento. Le mani accarezzarono lentamente il bordo.
Il rumore sordo dei fermagli che si aprivano, per la sua memoria, fu come soffiare la polvere dalla copertina di un libro.
Fece per allungare le dita e sollevare il coperchio ma quelle tremarono.
Fu un attimo.
Come un movimento fermo, eppure abbastanza lungo da scatenargli un moto di rabbia. Richiuse la custodia e la spinse sotto il letto poi prese la giacca e uscì.

Quando attraversarono con l’auto il vialetto lastricato, i raggi del sole furono oscurati da un soffitto di foglie. Gli alberi del giardino erano cresciuti tanto da costituire una specie di tunnel, la luce li raggiungeva appena, chiazzando i loro volti di macchie chiare e delicate.
L’autista li scarrozzò in giro per una mezz’ora. Sua madre doveva avergli chiesto di fare un giro panoramico. Sefron odiava i giri turistici immotivati.
Odiava tante cose in quel momento.
Il rumore degli pneumatici che frenavano.
Il caldo dentro l’abitacolo.
Lo spazio chiuso fra quei due finestrini.
E quel dannato, dannatissimo, insopportabile silenzio.
«Devo scendere».
Lei lo guardò, stupita.
«Come?»
«Ho bisogno d’aria, ci vediamo a casa».
Non attese nemmeno che Henley accostasse, soprattutto non aspettò lo sguardo di rimprovero che gli avrebbe riservato lei. Scese direttamente in mezzo al traffico e sbatté la portiera. Cominciò a camminare per raggiungere il marciapiedi.
All’inizio.
Poi, mentre le forze scemavano come acqua che scorre su un vetro, l’andatura rallentò, i palmi delle mani cominciarono a sudare. Si appoggiò ad una moto parcheggiata lì vicino, lo specchietto retrovisore che si sdoppiava.
«Tutto bene, caro?»
Una donna dal viso gentile gli sorrideva anche se c’era una vaga ansia nella piega della sua bocca.
«Stai per svenire? No, perché io sono sensibile agli svenimenti».
Sefron si aggrappò al suo braccio per raddrizzarsi.
«No, non svengo» assicurò.
Sembrò rincuorata. Aveva dei lineamenti piuttosto marcati e l’accento francese. I capelli neri erano legati in una coda con un fermaglio a forma di farfalla.
«Vuoi che ti offra qualcosa? Forse hai bisogno di zuccheri».
Sefron sollevò le mani.
«No, grazie» disse, poi, notando che ci era rimasta male fece un mezzo sorriso. «Magari un bicchier d’acqua».
«Vieni con me, la libreria è aperta stamane» gli tese la mano. «Sono Amelie Lescow».
«Sefron».
«Che nome particolare!»
«In effetti…» concesse.
Si lasciò guidare per alcuni minuti lungo il marciapiedi, finché non giunsero davanti al negozio di un fioraio. Nonostante facesse freddo, all’interno c’era un’esposizione stupenda di fiori fuori stagione. Ma anche composizioni dal sapore autunnale.
Vasi, ceste, cornucopie e caldarroste, frutta secca e piante grasse. Ce n’era una formata da una specie di cactus ma sembrava aperto come i petali di un fiore. Il cartellino diceva “pianta della fortuna”.
Subito dopo il negozio apparve una libreria, sembrava incastonata nella parete, le finestre erano basse e rientrate, fornite di fioriere con piante invernali. I vetri erano piombati e dall’interno proveniva un’atmosfera calda e accogliente. L’insegna diceva Libreria Lucciola.
Oltre uno dei vetri, spezzato dalle piombature in metallo, c’era il viso della ragazza che abitava nella casa accanto alla sua.
Il suo sguardo era una domanda.
Gli sembrò di vedere se stesso, tutte le volte che si guardava allo specchio.

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